
«Proprio così», pensò il capo. «E noi abbiamo sviluppato uno stile di vita che si adegua perfettamente a questa penuria. Raccogliendo la polvere interplanetaria che fluttua nelle vicinanze di Marte, e con l’uso giudizioso della trasmutazione e di altre tecniche, ci siamo assicurati una scorta sufficiente di tutti i materiali grezzi indispensabili. La spropositata abbondanza della Terra sarebbe un imbarazzo per noi e finirebbe per sconvolgere il nostro sistema. Un’accresciuta disponibilità di ossigeno ci costringerebbe ad imparare un nuovo ritmo respiratorio per evitare di morirvi annegati dentro… oltre a rendere disagevole e pericolosa per noi una qualunque invasione della Terra. Rischi analoghi potrebbero derivarci dall’abbondanza di altri elementi chimici e composti. E in quanto alle forme di vita che pullulano dovunque sulla Terra, in modo così nocivo, nessuna di esse sarebbe di qualche importanza su Marte… salvo la sfortunata circostanza in cui una di esse trovi rifugio nei nostri corpi e dia inizio a un’epidemia».
Whitlow trasalì. Che se ne rendesse conto oppure no, la sua vanità planetaria era rimasta ferita. «Ma lei si sta scordando della cosa più importante», protestò. «I prodotti dell’industria e dell’ingegnosità dell’uomo. Perché l’uomo ha cambiato la faccia del suo pianeta più di quanto voi abbiate mai fatto col vostro. L’ha coperto di strade. Non si raduna all’aperto nel modo selvatico che fate voi. Ha edificato grandi città. Ha ideato ogni sorta di veicoli. In una simile abbondanza certamente troverete molte cose per voi desiderabilissime».
«Del tutto improbabile», fu la risposta del capo. «Non riesco a veder raffigurata nella sua mente una sola cosa che possa destare, in noi, anche un semplice, passeggero interesse.
