
«Ma poi ci sono le nostre macchine», insisté Whitlow, ribollendo dentro di sé e tirandosi il colletto. «Macchine d’incredibile complessità, adatte a ogni scopo. Macchine senz’altro utili a un’altra specie oltre che a noi».
«Sì, posso immaginarmele», commentò il capo, sarcastico. «Giganteschi e goffi grovigli di ruote e leve, fili e griglie. In ogni caso, le nostre sono migliori».
Rivolse una rapida domanda all’anziano: «La sua rabbia rende la sua mente un po’ più vulnerabile?»
«Non ancora».
Whitlow fece un ultimo sforzo, controllando con grande difficoltà la sua indignazione: «Oltre a tutto questo, c’è la nostra arte. Tesori culturali d’incalcolabile valore. Opere d’una specie dalla creatività assai più ricca della vostra. Libri, musica, dipinti, sculture. Certamente…»
«Signor Whitlow, lei sta diventando ridicolo», l’interruppe il capo. «L’arte non ha nessun significato al difuori del suo ambiente culturale. Quale interesse si aspetta che noi dimostriamo nei confronti dell’impacciata autoespressione d’una specie immatura? Inoltre nessuna delle forme d’arte da lei citate potrebbe venire adattata al nostro modo di percepire, salvo la scultura… e in questo campo i nostri conseguimenti sono incomparabilmente superiori, poiché noi abbiamo una consapevolezza diretta della solidità. La sua mente è soltanto una mente-ombra, limitata agli esili modelli bidimensionali».
