
Fece una pausa per respirare. I suoi occhi vitrei fissavano con amore la stella azzurra della Terra, che adesso stava ormai sfiorando l’orizzonte.
«Sì», gli giunse debole e asciutto il pensiero del capo. «Per uno con un temperamento emotivo come il suo si tratterà indubbiamente di una scena molto toccante… appagante. Per un po’».
Whitlow abbassò lo sguardo senza capire. L’ultimo pensiero del capo era stato come una graffiata di striscio: il tocco, lieve come una piuma, d’un artiglio avvelenato. Non capiva il perché, ma fu conscio d’un crescente timore.
«Cosa…» s’impaperò. «Cosa… vuol dire?»
«Voglio dire», fu il pensiero del capo, «che durante la nostra invasione della Terra non avremo neppure bisogno di usare la tattica del divide et impera, che sarebbe di norma indicata in un caso del genere… lei sa, unirsi a una fazione della Terra per aiutarla a sconfiggere l’altra, gli esseri che combattono non badano mai molto alla natura dei loro alleati — per poi fomentare ulteriori disunioni, e così via. No, con la nostra superiorità negli armamenti potremo con tutta probabilità dedicarci a un diretto lavoro di pulizia, evitando lunghe e fastidiose macchinazioni. Perciò è probabile che lei riesca ad avere quella sua fugace visione dei terrestri uniti, per la quale si è tanto affannato».
Whitlow lo fissò bianco in volto per l’orrore che si stava chiarendo in lui. «Cosa intende dire con “per un po’ ”?» bisbigliò con voce rauca. «E cosa intende con “fugace visione”?»
«Ma certo tutto ciò dovrebbe esserle ovvio, signor Whitlow», rispose il capo, irradiando un buonumore quasi offensivo. «Non supporrà, anche soltanto per un attimo, che siamo disposti ad attuare una piccola, sciocca invasione e che, dopo aver sgomentato i terrestri, siamo disposti a ritirarci? Sarebbe il sistema giusto per garantirci, in modo assoluto, una loro controinvasione su Marte in un prossimo futuro.
