
Whitlow fissò il capo con gli occhi fuori dalle orbite, come una statua di se stesso, macchiata di giallo e screpolata qua e là. Aprì la bocca… ma tornò a chiuderla senza dir nulla.
«Non avrà mica creduto, signor Whitlow», continuò il capo con estrema gentilezza, «che avremmo fatto qualcosa soltanto per far piacere a lei? O a qualcun altro… salvo che a noi stessi coleotteroidi?»
Whitlow fissò quelle orribili uova nere a otto zampe che si accalcavano sempre più dappresso intorno a lui: l’incarnazione vivente dell’oscurità velenosa del loro pianeta.
Tutto ciò che riuscì in qualche modo a biascicare, fu: «Ma… pensavo che lei avesse detto… che era un grosso malinteso pensare a degli esseri alieni come a mostri diabolici, intenzionati soltanto a saccheggiare… a distruggere…»
«Forse l’ho detto, signor Whitlow. Forse l’ho detto… forse», fu l’unica risposta del capo.
In quell’istante il signor Whitlow si rese conto di cosa fosse veramente un alieno.
Come in preda a un incubo soffocante, osservò i coleotteroidi che si facevano sempre più vicini. Udì il pensiero carico di disprezzo che il capo rivolgeva all’anziano, senza neppure preoccuparsi di schermarlo: «Non ti sei ancora impadronito della sua mente?» e il «no» dell’anziano e il rapido ordine impartito dal capo agli altri.
