
Ma la sensazione passò, e le misi una gamba dietro le sue facendola cadere. Le puntai contro la 45 e la sua bocca ebbe un moto di sorpresa. — Adesso vado là e prendo uno di quei materassini, così andrà meglio, più comodo, eh? Prova a muoverti dal pavimento e ti faccio partire una gamba, e poi ti scoperò lo stesso, solo che tu sarai senza una gamba. — Aspettai che mi facesse capire di aver afferrato il concetto, e finalmente lei accennò di sì con la testa, adagio, così continuai a tenerla sotto tiro con la pistola, mi diressi verso una pila di materassi polverosi e ne tirai fuori uno.
Lo trascinai verso di lei e lo voltai sul lato più pulito, usando la canna della 45 per chiarirle le mie intenzioni. Lei si sedette sopra il materasso, con le mani dietro la schiena e le ginocchia piegate, e continuò a fissarmi.
Abbassai la cerniera dei pantaloni e cominciai a sfilarmeli, quando mi accorsi che mi guardava in modo strano. Mi fermai. — Che cosa stai guardando?
Ero arrabbiato. Non sapevo perché, ma ero arrabbiato.
— Come ti chiami? — mi chiese. Aveva una voce morbida e vellutata, come se venisse direttamente dalla gola foderata di pelliccia, o qualcosa del genere.
Continuò a guardarmi, aspettando una risposta. — Vic — dissi io. Lei continuò a guardarmi come se si aspettasse altro.
— Vic e poi?
Per un attimo non capii quello che voleva dire, poi:
— Vic. Solo Vic. Nient’altro.
— Be’, qual è il nome dei tuoi genitori?
Allora cominciai a ridere e continua a sfilarmi i pantaloni.
