
— Sei proprio suonata! — dissi, e continuai a ridere sempre più forte. Lei sembrò ferita. Questo mi fece di nuovo arrabbiare. — Smettila di guardarmi in quel modo o ti spacco i denti.
Lei congiunse le mani in grembo.
Avevo i pantaloni arrotolati intorno alle caviglie. Non riuscivo a toglierli con le scarpe. Dovetti stare in bilico su di un piede solo mentre con l’altro cercavo di togliere la scarpa. Era difficile tenere puntata la pistola e allo stesso tempo togliere le scarpe, ma ci riuscii.
Ero lì in piedi nudo come un verme dalla cintola in giù e lei si era sporta leggermente in avanti, con le gambe incrociate e le mani ancora in grembo. — Togliti quella roba — dissi.
Per un attimo non si mosse, e pensai che volesse cacciarsi nei guai. Ma poi allungò le mani dietro la schiena e si slacciò il reggiseno. Poi si piegò all’indietro e si tolse le mutandine.
All’improvviso non sembrò più spaventata. Mi guardava molto attentamente, e allora potei vedere che aveva gli occhi azzurri. E adesso viene la cosa più strana.
Non potevo farlo. Voglio dire, non proprio. Voglio dire, io volevo scoparla, vedete, ma lei era tutta così morbida e carina, e continuava a guardarmi e, nessun singolo mi crederebbe, ma mi trovai a parlare con lei, sempre lì in piedi come uno scemo, senza una scarpa, e i jeans arrotolati alle caviglie. — Come ti chiami?
— Quilla June Holmes.
— È un nome buffo.
— Mia madre dice che è un nome comune, nell’Oklahoma.
— È da lì che vengono i tuoi?
Lei annuì. — Prima della Terza Guerra.
— Devono essere abbastanza vecchi, adesso.
— Sì, ma sono okay. Credo.
Eravamo lì impalati, a parlarci. Sapevo che aveva freddo perché stava tremando. — Be’ — dissi, preparandomi a sdraiarmi vicino a lei, — credo che faremmo meglio…
Dannazione! Dannazione a Blood. Proprio in quel momento entrò a razzo. Corse slittando tra le assi e i calcinacci, sollevando nuvole di polvere e con una lunga scivolata si fermò vicino a noi. — E adesso cosa c’è? — chiesi.
