Blood ed io entrammo in sala.

— Voglio il popcorn.

— Scordatelo.

— Dài, Albert. Comprami il popcorn.

— Hai appena fatto una figura di merda. — E scrollai le spalle.

Entrammo. Il luogo era affollato. Ero contento che le guardie si fossero limitate a prendermi le pistole e niente altro. Il coltello e lo stiletto nei loro foderi ben oliati appesi dietro il collo mi davano una sensazione di sicurezza. Blood trovò due posti vicini e ci intrufolammo nella fila, inciampando in una selva di piedi. Qualcuno imprecò ed io lo ignorai. Un dobermann ringhiò. Blood arruffò il pelo, ma non reagì. C’era sempre qualche rompiscatole nel mazzo, persino in un posto neutrale come il Metropole.

(Una volta ho sentito di un casino successo al Loew Granada, giù nel South Side. Finì con una decina di vagabondi morti insieme ai loro bastardi, il teatro bruciato ed un paio di bei film di Cagney distrutti nell’incendio. È stato allora che le bande hanno deciso di fare un accordo per cui i cinema diventavano terreno neutrale. Ora è meglio, ma c’è sempre qualche scalmanato che non rispetta le regole.)

I film erano tre. «Raw deal» con Dennis O’Keefe, Claire Trevor, Raymond Burr e Marsha Hunt era il più vecchio dei tre. Era stato girato nel 1948, settantasei anni fa, e solo Dio sa come quell’affare fosse ancora tutto d’un pezzo dopo tanto tempo; la pellicola continuava ad uscire dai rulli e dovettero fermarla un sacco di volte per riavvolgerla. Ma era un buon film. Parlava di quel singolo scaricato dalla sua banda, che cercava di vendicarsi. Gangster, fuorilegge, un sacco di scontri e scazzottature. Davvero bello.

Il secondo film era stato girato durante la Terza Guerra, nel 2007, due anni prima che io nascessi, era intitolato «L’odore del cinese». Un sacco di sbudellamenti e qualche bel corpo a corpo. Belle scene di levrieri d’assalto muniti di lancianapalm, che bruciavano una città cinese. Blood se la godette da cima a fondo, anche se l’avevamo già visto insieme. Era solito raccontare balle sul fatto che quelli sarebbero stati i suoi antenati, e sapeva che io sapevo che erano tutte storie.



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