Era possibile. Poteva anche essere. Sapevo che là sotto facevano dei film proprio scemi, il genere di cretinate in voga negli anni ’30 e ’40, quelle cose castigate con marito e moglie che dormivano in letti gemelli. Sul tipo dei film di Myrna Loy e George Brent. E io sapevo che ogni tanto qualche pollastrella di quelle famiglie molto perbene dei sotterranei venivano in superficie per vedere come era fatto un vero film. L’avevo sentito dire, ma non era mai successo in un locale nel quale mi trovassi anch’io.

E se davvero lei era qui, come mai nessuno degli altri cani l’aveva fiutata…?

— Terza fila davanti a noi — disse Blood. — Posto di corridoio. Vestita come un singolo.

— Com’è che tu riesci a sniffarla e nessun altro cane si è accorto di lei?

— Tu dimentichi chi sono, Albert.

— Non l’ho dimenticato. Solo non ci credo.

Più di cinquant’anni fa, a Los Angeles, prima che scoppiasse la Terza Guerra, c’era un uomo chiamato Buesing che viveva a Cerritos. Allevava cani da guardia, da difesa e d’attacco. Dobermann, danesi, schnauzer e akitas giapponesi. Aveva una femmina di pastore tedesco di quattro anni, di nome Ginger. Lavorava per la divisione narcotici del distretto di polizia di Los Angeles. Era in grado di fiutare la marijuana; non importa quanto bene fosse nascosta. La sottoposero ad un test: in un magazzino di ricambi per auto c’erano 25.000 scatole. In cinque di esse era stata messa della marijuana, sigillata nel cellophane, avvolta in fogli di alluminio e poi in pesante carta marrone, infine chiusa in tre scatole di cartone. Nel giro di pochi minuti Ginger aveva trovato tutti e cinque i pacchetti. Proprio mentre Ginger era al lavoro, a novanta miglia a nord, a Santa Barbara, alcuni cetologi avevano estratto e amplificato il midollo dei delfini e lo avevano iniettato nei cani e nei babbuini. Poi avevano provveduto a trapianti e alterazioni chirurgiche.



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