In cima alla collina la strada era molto gelata, ma quaggiù la neve si stava sciogliendo e scorreva per la strada in piccoli torrentelli. Ho allungato il piede in fuori nel fango, e la mia scarpa da tennis è affondata di un buon paio di centimetri, così sono tornata indietro e ho cancellato l’impronta con la mano, strofinandola poi sui jeans. Non sapevo che cosa fare. Per le impronte papà è paranoico tanto quanto la mamma per le mie mani, ma è anche peggio se resto fuori dopo il tramonto. Se non ce l’avessi fatta a tornare in tempo sarebbe stato capace di impedirmi di andare all’ufficio postale.

Stitch stava per mettersi ad abbaiare. Si era attorcigliato il cavo intorno al collo e si stava soffocando. — Va bene — gli ho detto. — Arrivo. — Dopo essere saltata in uno dei torrenti, l’ho seguito per il resto della strada fino a Stitch, guardandomi indietro un paio di volte per assicurarmi che l’acqua cancellasse le impronte.

Ho liberato Stitch e ho gettato il cavo a lato della strada, e ora penzola dal palo, pronto ad impiccare Stitch la prossima volta che passerà di lì.

— Stupido cane — gli ho detto. — Ora spicciati! — e sono tornata di corsa sul ciglio della strada e su per la collina con le scarpe da tennis inzuppate d’acqua. Dopo neanche cinque passi lui si è fermato ad annusare un albero. — Avanti! — gli ho detto. — Sta facendo buio. Buio!

Mi ha superato come un fulmine, arrivando fino a metà strada giù per la collina. Stitch ha paura del buio. Lo so, nei cani non esiste una cosa del genere, ma Stitch ha paura davvero. Di solito gli dico, — La paranoia è il nemico numero uno dei cani — ma adesso volevo mettergli fretta prima che i piedi cominciassero a congelarsi. Mi sono messa a correre anch’io, e siamo arrivati ai piedi della collina quasi contemporaneamente.

Stitch si è fermato davanti al vialetto della casa dei Talbot. La nostra casa non era a più di un centinaio di metri da quel punto, dall’altro lato della collina.



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