
Quando sono arrivata al nostro vialetto, il Picco si stava colorando di rosa. Stitch ha orinato sul tronco di abete un centinaio di volte prima che riuscissi a trascinarlo di traverso sul vialetto sporco. È un albero davvero grosso. L’estate scorsa David e papà l’hanno abbattuto, sistemandolo in modo che sembrasse caduto sulla strada. Nasconde completamente il punto in cui il vialetto si congiunge con la strada, ma il tronco è pieno di schegge, e io mi sono graffiata la mano nel solito posto. Fantastico.
Mi sono assicurata che io e Stitch non avessimo lasciato segni sulla strada (a parte quelli che lascia sempre lui — un altro cane ci potrebbe trovare in un momento, e probabilmente è così che Stitch è arrivato fino alla nostra veranda: aveva fiutato Rusty) e mi sono messa al riparo delle colline al più presto possibile. Stitch non è il solo a diventare nervoso quando è buio. E poi, i piedi cominciavano a farmi male. Quella sera Stitch era proprio paranoico, e non ha smesso di correre nemmeno quando siamo arrivati in vista della casa.
David era fuori, e stava portando dentro un carico di legna. Si capiva subito che era tutta tagliata della lunghezza sbagliata. — Ce l’hai fatta per un pelo, eh? — ha detto. — Hai preso i semi di pomodoro?
— No — gli ho risposto. — Ma vi ho portato qualcos’altro. Ho portato qualcosa a tutti.
Poi sono entrata in casa. Papà stava srotolando della plastica sul pavimento, e la signora Talbot lo aiutava reggendola da un lato. Mamma aveva in mano il tavolo da gioco, ancora piegato, ed aspettava che avessero finito per sistemarlo davanti alla stufa per la cena. Nessuno si è degnato di alzare la testa. Mi sono sfilata lo zaino e ho tirato il giornale della signora Talbot e la lettera.
