Stava controllando certe intuizioni per risolvere l’equazione di Schrödinger quando, improvvisamente, per uno scherzo del parallasse concettuale, era penetrato più a fondo di prima nella foresta matematica che sta tra la realtà e la ragione. A quanto pareva si apriva una triplice via nel fitto dei polinomi di Hermite e nelle funzioni di Legendre: in fondo in fondo era apparsa, per un momento, la macchina anti-bomba. Immediatamente il sentiero si era richiuso, ma la matita di Hutchman stava già buttando giù i punti di riferimento, le implicanze filosofiche che, più tardi, gli avrebbero permesso di ritrovare la strada.

Insieme al lampo di genio c’era, in lui, la convinzione quasi mistica di essere il veicolo delle idee di un altro. Quella sensazione, però, si era presto trasformata in considerazioni vaghe sulle possibili implicanze sociali e professionali. Come il poeta minore che ha prodotto un’opera unica, irripetibile, cone l’artista dimenticato che ha creato un’opera immortale, anche Lucas Hutchman, matematico senza importanza, avrebbe potuto lasciare un segno indelebile nella storia. Bastava che osasse.

In quell’anno, a dire il vero, non era andato molto avanti. A un certo momento era sembrato che per produrre la risonanza dei neutroni ad auto-diffusione sarebbe stato necessario un quantitativo di energia elettrica molto superiore a quanto il pianeta era in grado di fornire, ma l’ostacolo si era ben presto rivelato fittizio. Anzi, era arrivato addirittura al punto in cui Hutchman aveva sognato che i livelli di energia richiesti fossero così bassi, che un semplice diagramma a circuito si potesse trasformare nella famosa macchina, aumentata da correnti indotte di entità trascurabile.

Ormai, comunque, tutti gli ostacoli erano stati superati, e adesso Hutchman si trovava ad affrontare il fatto che lui rifiutava la sua creatura.

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