Lei scrollò le spalle, e le clavicole si disegnarono nitide sotto la pelle abbronzata. «Hai tutto il pomeriggio per giocare con l’arco.»

«Non è un gioco, il tiro con l’arco! Quante volte devo…?» Riuscì a dominarsi. «Cosa vuoi, Vicky?»

«Voglio sapere perché non sei in ufficio, oggi.» Intanto si esaminava con occhio critico la pelle delle braccia, accigliata notando che l’abbronzatura spariva anche se era più scura dell’abito senza maniche color ambra. La sua faccia era seccata per l’inquietudine introspettiva e segreta che le donne belle provano, a volte, quando esaminano criticamente il proprio corpo. «Penso di avere il diritto di saperlo.»

«Oggi non andava.» Posso far cambiare ballo ai neutroni. «Sei contenta, adesso?»

«Ma che fortuna per te.» La disapprovazione si notò appena sulla bella faccia levigata come un velo di fumo sul sole. «Piacerebbe anche a me smettere di lavorare quando ne ho voglia.»

«La tua situazione è migliore della mia, comunque: ti metti a lavorare solo quando ne hai voglia.»

«Sei proprio divertente. Hai già fatto colazione?»

«Non ho fame. Resto qui, a finire il giro.» Hutchman desiderava disperatamente che Vicky se ne andasse. Nonostante il colpo fallito, si sentiva capace di superare le famose quattro figure della gara, a patto però di escludere l’universo intero, e di trattare ogni freccia come se fosse l’ultima. L’aria era immobile, il sole bruciava sui cerchi concentrici del bersaglio e, in quel momento preciso, lui capì che quegli ottanta metri di prato non contavano niente. Capì improvvisamente che sarebbe riuscito a mettere a segno la prossima freccia nel centro geometrico esatto della zona dorata, allineando anche queste penne con le altre, a condizione, però, di essere lasciato in pace.

«Già. Sei impaziente di tornare alle tue fantasticherie. Chi lo direbbe che ti sei messo con Trisha Garland?»



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