«Trisha Garland?» un serpentello di rabbia si agitò nei recessi della mente di Hutchman, intorbidendo le acque. «E chi sarebbe questa Trisha Garland?»

«Come se non lo sapessi!»

«Non ho la più pallida idea di chi sia questa signora.»

«Signora! Questa è bella! Niente meno che signora, quella sgualdrina che non sa cantare una nota e che non saprebbe riconoscere una signora, se ne vedesse una.»

Hutchman rimase a bocca aperta: evidentemente sua moglie alludeva alla cantante che, la sera prima, aveva intravisto alla televisione. Una furia amara lo travolse. Sei malata, pensava tra sé, sei talmente malata che mi basta esserti vicino per star male anch’io. A voce alta disse, con calma: «L’ultima cosa che desidero è che qualcuno canti mentre tiro d’arco.»

«Oh, lo sai benissimo a chi alludo.» Vicky, sotto il casco di capelli ramati, aveva una faccia trionfante. «Perché non vuoi ammettere di conoscerla?»

«Vicky!» Hutchman le voltò le spalle. «Fammi il piacere di tappare quella chiavica che hai al posto del cervello e poi vattene, prima che ti pianti una di queste frecce nella testa.»

Ne incoccò un’altra, tese l’arco, puntò al bersaglio. I cerchi concentrici, sfavillanti, sembravano lontanissimi, oltre un mare di correnti pericolose. Tirò e capì subito di aver dato uno strappo alla corda anziché lasciarla andare dolcemente, prima ancora di sentire il tintinnio quasi deluso dell’arco e di vedere la freccia volare altissima, sopra il bersaglio. Nonostante la parolaccia, la tensione non si allentò e Hutchman cominciò a slacciarsi il bracciale di cuoio, tirando i cinghietti con forza.

«Mi spiace, caro.» Vicky sembrava una bambina avvilita, e intanto lo abbracciava. «Non riesco a non essere gelosa di te.»

«Gelosa!» Hutchman scoppiò a ridere, sentendosi sull’orlo delle lacrime. «Se mi avessi scoperto a baciare un’altra donna, bene, questa sarebbe gelosia. Ma quando ti costruisci dei fantasmi con personaggi visti alla TV, ti torturi e tormenti anche me, questa è un’altra cosa.»



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