I suoi capelli avevano l’odore dell’aria d’ottobre. La sua scomparsa fu seguita da uno scroscio d’acqua accompagnato da un grande sospiro di sollievo. Ancora ottimista, Hutchman sorrise mentre raccoglieva la sacca e la metteva in un armadio. La realtà ha piani diversi, pensò e questo è valido esattamente come un altro. Forse ha ragione Vicky, forse lo sbaglio maggiore e più pericoloso che può commettere un abitante della città globale è di sentirsi responsabile per i suoi simili che vivono a diecimila miglia da lui. Non esiste un sistema nervoso capace di condividere le colpe degli altri.

«Papà?» David aveva un sorriso buffo, per via dei denti irregolari. «Stasera andiamo a vedere la corsa delle vecchie auto?»

«Non lo so, caro. Di sera, allo stadio, fa molto freddo.»

«E se ci vestiamo pesante e mangiamo hot dogs e cose simili per tenerci caldi?»

«Sai una cosa? Hai ragione tu. Andiamo.» Hutchman vide la gioia diffondersi lentamente sulla faccia del ragazzo. Decisione presa e ratificata, pensò. I neutroni aspettino pure un altro maestro di ballo. Su, attizziamo il fuoco e chiudiamo bene le imposte. Entrò in camera da letto per svegliare Vicky. «In piedi, donna. Io e David vogliamo mangiare presto: andiamo alla corsa alle automobili.»

Lei si allungò nel letto, si avvolse nel lenzuolo bianco e rimase perfettamente immobile, quasi fosse una mummia egiziana. «Non mi muovo finché non mi dici che mi ami.»

Hutchman le si avvicinò.

«Ti amo.»

«E non guarderai mai nessun’altra donna?»

«Non guarderò mai nessun’altra donna.»

Vicky sorrise, languida. «Torna a letto.»

Hutchman scosse la testa. «David è in casa.»

«Prima o poi dovrà imparare i fatti della vita.»



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