Reggendolo per un angolo, sul cestino metallico della carta, gli diede fuoco, con l’accendino da tavolo. La carta bruciava stentatamente creando un quantità enorme di fumo irritante, quando la porta dell’ufficio di Muriel si aprì. Ombre grigie si mossero dietro il vetro smerigliato, e la chiazza confusa di una faccia spiò nella stanza. Hutchman lasciò andare la carta, spense la fiamma e, velocemente ricacciò i resti in tasca. Un secondo dopo Spain si affacciò nell’ufficio, con il solito sorriso da cospiratore.

«Ah, sei qui, Hutch» disse con voce roca. «Come te la passi?»

«Non troppo male.» Hutchman era piuttosto agitato e consapevole che l’altro se ne accorgeva. «Sì, insomma, non c’è male.»

Spain sorrise ancor più apertamente quando sentì che c’era sotto qualcosa. Era un uomo basso, con un inizio di calvizie e l’aria disordinata, con le guance grigio-ardesia e una smania quasi patologica di sapere tutto il possibile sulla vita privata dei colleghi. Preferiva il materiale di natura scandalosa, ma, in mancanza d’altro, era disposto ad accettare qualunque tipo d’informazione. A Hutchman con gli anni, era venuto un timore quasi morboso di quell’ometto e dei suoi metodi pazienti, inquisitori.

«Qualcuno mi ha cercato, stamattina?» chiese Spain, entrando nell’ufficio con aria decisa.

«Che io sappia no. Stattene pure tranquillo per un’altra settimana.»

Spain incassò l’allusione all’altro lavoro e, per un secondo, guardò Hutchman con intenzione. Lui improvvisamente, si sentì contaminato e rimpianse di aver detto quelle parole che, in un certo senso, lo associavano alle attività di Spain.

«Ma che odore c’è, qua dentro?» Spain era preoccupato. «C’è qualcosa che brucia?»

«Ha preso fuoco il cestino della carta. Ci avevo buttato un mozzicone non spento.»

Gli occhi di Spain brillarono increduli. «Ma sul serio, Hutch? Hai proprio buttato una cicca accesa? Hai rischiato di dar fuoco a tutta la fabbrica.»



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