
Per una frazione di secondo, Hodges pensò di tirar fuori di tasca le sue carte e di parlare con Sherwood e Cantor, ma abbandonò subito l’idea. Non ne aveva l’energia, e poi quei due lo odiavano a morte. Cantor, radiologo, e Darnell, patologo, avevano entrambi subito un danno quando lui aveva fatto in modo che l’ospedale offrisse anche quei servizi, cinque anni prima. Non erano certo il pubblico più ricettivo per le sue lamentele.
Al banco era appoggiato John MacKenzie, un altro che Hodges avrebbe volentieri evitato, avendo avuto una lunga disputa con lui. John era il proprietario della stazione della Mobil vicino all’interstatale e per parecchi anni gli aveva aggiustato l’auto, ma l’ultima volta il problema non era stato risolto e Hodges aveva dovuto farsi parecchi chilometri per portarla dal concessionario, e di conseguenza non aveva pagato John.
Un paio di sgabelli più in là, Hodges vide Pete Bergan. A diciotto anni aveva abbandonato la scuola, mettendosi a fare i lavori più strani. Hodges era riuscito a farlo entrare nella squadra di giardinieri dell’ospedale, ma aveva dovuto acconsentire al suo licenziamento quando si era dimostrato inaffidabile. Da allora Pete gli serbava rancore.
Dal juke-box in pieno stile anni Cinquanta si diffondeva una musica martellante e intorno ai due tavoli da biliardo si accalcava un gruppetto di studenti del Bartlet College.
Hodges esitò un momento sulla soglia, pensando se per un bicchierino valeva la pena di mescolarsi a quella gente, ma poi attraversò la stanza ignorando tutti i presenti e andò ad appollaiarsi su uno sgabello libero, all’estremità del bancone. Il calore proveniente dal camino gli scaldava la schiena e davanti a lui comparve subito un bicchierino che Carleton Harris, il pingue barista, si affrettò a riempire. I due si conoscevano da lungo tempo.
«Non vuole cercarsi un posto migliore?» chiese Carleton.
«No, perché?» Hodges era contento che nessuno avesse notato il suo arrivo.
