
Carleton fece cenno a un bicchiere mezzo vuoto appoggiato sul banco, due sgabelli più in là. «Il nostro intrepido capo della polizia, il signor Wayne Robertson, è passato a farsi un bicchierino. Adesso è al gabinetto.»
«Oh, accidenti!» esclamò Hodges.
«Non dica poi che non l’ho avvisata», aggiunse Carleton.
«Dalla padella nella brace», borbottò Hodges. All’altra estremità del bancone si sarebbe trovato a faccia a faccia con John MacKenzie e, quindi, decise di rimanere dov’era e portò il bicchiere alle labbra.
Prima di poter bere un sorso, però, si sentì dare una pacca sulla schiena.
«Ma guarda un po’ se non è il ciarlatano!»
Hodges si voltò e si ritrovò davanti Wayne Robertson, più ubriaco che mai. Robertson aveva quarantadue anni ed era un tipo ben piazzato. Un tempo era stato tutto muscoli, adesso era metà muscoli e metà grasso e la pancia era talmente prominente che gli scendeva a coprire la cintura. Indossava ancora l’uniforme, con la pistola e tutto il resto.
«Wayne, sei ubriaco», gli disse Hodges. «Perché non te ne vai a casa e ci dormi sopra?» Poi si voltò.
«Non c’è nessuno da cui tornare, grazie a te.»
Hodges si voltò di nuovo e guardò i suoi occhi iniettati di sangue, rossi quasi quanto le guance paffute.
«Wayne, non ritorniamoci sopra. Tua moglie, che riposi in pace, non era una mia paziente. Sei ubriaco. Vai a casa.»
«Eri tu che gestivi quel cavolo di ospedale.»
«Questo non significa che ero responsabile di ogni singolo caso, zuccone. E poi è stato dieci anni fa.» Hodges cercò di nuovo di rigirarsi verso il suo bicchierino.
«Bastardo!» ringhiò Robertson e afferrò Hodges per il collo della camicia cercando di sollevarlo dallo sgabello.
Carleton Harris arrivò con una rapidità incredibile, considerando la sua mole, e si mise fra i due, riuscendo poi a far allentare la presa a Robertson, un dito dopo l’altro. «Buoni!» esclamò. «Qui all’Iron Horse non permettiamo risse.»
