
Hodges si sistemò la camicia con aria indignata, afferrò il suo bicchierino e si diresse all’altra estremità del bancone. Nel passare accanto a John MacKenzie, lo sentì borbottare: «Scroccone», ma non raccolse la provocazione.
«Carleton, non avresti dovuto impicciarti», fu il parere del dottor Cantor. «Se Robertson le avesse suonate al vecchio Hodges, mezza città avrebbe applaudito.»
Cantor e Darnell scoppiarono in una fragorosa risata, dandosi pacche sulle ginocchia e soffocandosi quasi con la birra. Carleton li ignorò e servì Barton Sherwood, che si era avvicinato al banco per farsi riempire il bicchiere.
«Il dottor Cantor ha ragione», disse Sherwood a voce abbastanza alta perché tutti potessero udire. «La prossima volta che Hodges e Robertson si affrontano, lasciali fare. Non è certo un buon vicino, quello là. Ha una strisciolina di terra che separa i miei due appezzamenti e sai che cosa ci fa? Ci costruisce una staccionata gigantesca!»
«Certo», reagì Hodges, incapace di tenere a freno la lingua. «Era l’unico modo per impedire ai suoi maledetti cavalli di spargere la loro merda sulla mia proprietà.»
«Allora perché non me l’ha venduta? A lei non serve.»
«Non posso venderla perché è intestata a mia moglie.»
«Sciocchezze. Ha intestato la casa e la terra a sua moglie solo per proteggere le sue proprietà da eventuali condanne per negligenza. Me lo ha detto lei stesso.»
«Allora è meglio che lei sappia la verità», ribatté Hodges. «Io cercavo di essere diplomatico. Non le venderò la terra perché la disprezzo. È abbastanza facile da capire per quel suo cervellino grande come un pisello?»
Sherwood si rivolse ai presenti. «Siete rutti testimoni. Il dottor Hodges ammette di agire per ripicca. Non c’è da sorprendersi, naturalmente, non è certo un comportamento cristiano.»
