
«Oh, stia zitto», replicò Hodges. «È un po’ ipocrita per un presidente di banca fare questioni sull’etica cristiana degli altri, con tutte le ipoteche che ha sulla coscienza. Ha buttato fuori di casa un sacco di famiglie.»
«Questo è diverso», rispose Sherwood. «Si tratta di affari. Devo tenere conto dei miei azionisti.»
«Balle!» esclamò Hodges, facendo un gesto che indicava chiuso l’argomento.
Un improvviso tramestio alla porta attrasse la sua attenzione. Si voltò e vide entrare Traynor e tutti coloro che avevano partecipato alla riunione dell’ospedale. Era chiaro che Traynor non era per niente contento di vederlo. Hodges alzò le spalle e ritornò al suo bicchiere, ma non riuscì a togliersi di mente il fatto che erano lì tutti e tre: Traynor, Sherwood e Cantor. Prese il proprio whisky, scese dallo sgabello e seguì Traynor al tavolo di Sherwood e di Banks, quindi gli diede un colpetto sulla spalla.
«Che cosa ne direbbe di parlare adesso?» propose. «Siamo tutti qua.»
«Accidenti, Hodges!» sbottò Traynor. «Quante volte glielo devo dire? Non ho voglia di parlarne stasera. Ne parleremo domani!»
«Di che cosa vuole parlare?» chiese Sherwood.
«Qualche cosa che ha a che fare con i suoi vecchi pazienti. Gli ho detto che ci incontreremo domani a colazione.»
«Che cosa succede?» domandò Cantor, unendosi alla mischia, come un pescecane che sente odore di sangue.
«Il dottor Hodges non è contento di come gestiamo l’ospedale», spiegò Traynor. «Lo ascolteremo domani.»
«Sarà senza dubbio la solita vecchia lamentela», intervenne Sherwood. «I suoi ex pazienti non ricevono un trattamento da vip.»
«Un po’ di gratitudine!» esclamò Cantor, interrompendo Hodges che cercava di controbattere. «Noi dedichiamo disinteressatamente il nostro tempo a tenere a galla l’ospedale e che cosa riceviamo in cambio? Nient’altro che critiche.»
