
Traynor si sollevò sulla punta dei piedi per poter scrutare tutto il locale. «Dov’è Van Slyke?» chiese. «È qui, da qualche parte.»
«Vicino al camino», rispose Sherwood, indicandolo e trattenendo a stento il sorriso. Quella faccenda della casa lo aveva irritato a lungo. L’unico motivo per cui non l’aveva tirata in ballo era perché Traynor lo aveva proibito.
Traynor chiamò Van Slyke, ma quello sembrò non sentire. Allora lo chiamò di nuovo, talmente forte da far voltare tutti i presenti. Le conversazioni cessarono. A parte la musica proveniente dal juke-box, la stanza rimase in silenzio.
Van Slyke avanzò lentamente, a disagio per la luce dei faretti e per il fatto che tutti lo stavano guardando, ma poi le conversazioni ripresero da dove erano state interrotte e gli altri avventori non gli badarono più.
«Buon Dio», gli disse Traynor. «Sembra che tu stia camminando sulla marmellata. Certe volte ti comporti come se avessi ottant’anni, anziché trenta.»
«Mi spiace», mormorò Van Slyke, il cui viso era, come al solito, privo di espressione.
«Ti voglio chiedere una cosa», continuò Traynor. «Chi si è preso cura della casa e della proprietà del dottor Hodges?»
Van Slyke spostò lo sguardo da Traynor a Hodges, mentre un sorriso beffardo gli piegava le labbra in una smorfia. Hodges guardò da un’altra parte.
«Allora?» insistette Traynor.
«Noi», rispose Van Slyke.
«Sii un po’ più preciso. Noi chi?»
«La squadra della manutenzione.» Van Slyke non distolse lo sguardo da Hodges né il suo sorrisetto cambiò.
«Da quanto va avanti?»
«Da prima che arrivassi io.»
«Deve finire, da oggi. Capito?»
«Certo.»
«Grazie, Werner. Perché non vai al banco e non ti prendi una birra, mentre noi finiamo di chiacchierare con il dottor Hodges?» Van Slyke ritornò al suo posto accanto al camino e Traynor si rivolse a Hodges.
