«Voglio parlare adesso!» sbraitò Hodges. «Non mi piace quello che state facendo, lei e il suo consiglio di amministrazione!»

«Ascolti, vecchio scemo!» sbottò Traynor. «Abbassi la voce! Non ho la minima idea di che cosa abbia in mente, ma le dirò che cosa abbiamo fatto finora io e il consiglio di amministrazione: abbiamo fatto i salti mortali per tenere aperto questo ospedale, e non è un compito facile, di questi tempi. Adesso sia ragionevole e ci lasci lavorare.»

«Non ho intenzione di aspettare», incalzò Hodges. «Parlerò a lei e a Beaton adesso. Sono le sciocchezze come le diete, il cambio di biancheria e le stupidaggini delle infermiere che possono aspettare.»

«Ah!» esclamò Nancy Widner. «È proprio da lei, dottor Hodges, irrompere qua e insinuare che ciò che riguarda le infermiere non è importante. Vorrei che sapesse…»

«Basta!» intervenne Traynor, allargando le braccia con un gesto conciliatorio. «Non degeneriamo. La questione è, dottor Hodges, che siamo qui riuniti per parlare del tentativo di violenza carnale che c’è stato la settimana scorsa. Sono sicuro che non sosterrà che uno stupro e due tentativi di stupro da parte di un uomo con il viso coperto da grossi occhiali da sci non sono importanti.»

«È una cosa importante, ma non quanto quella che ho in mente io. Inoltre, è chiaramente un problema interno.»

«Un momento! Vorrebbe dire che lei conosce l’identità dello stupratore?»

«Mettiamola così, ho i miei sospetti. Comunque, ora non m’interessa parlare di questo, ma bensì di questi pazienti.» Hodges sbatté con forza sul tavolo i fogli che stringeva in mano.

Helen Beaton sobbalzò e disse: «Come osa irrompere qui dentro come se fosse a casa propria e dire a noi quello che è importante e quello che non lo è?»



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