
«Va bene, va bene», intervenne Traynor, frustrato. La sua riunione, ormai, era andata a farsi benedire. Raccolse le carte di Hodges, gliele ficcò in mano e lo accompagnò alla porta. Dopo una leggera resistenza iniziale, Hodges si lasciò condurre fuori.
«Dobbiamo parlare, Harold», disse lui quando furono nel corridoio. «È una questione seria.»
«Ne sono sicuro», rispose Traynor, cercando di avere un tono sincero. Sapeva che avrebbe dovuto ascoltare le lamentele di Hodges: quell’uomo aveva assunto l’incarico di amministratore dell’ospedale quando lui faceva ancora le elementari, quando cioè la maggior parte dei medici rifuggiva da quella responsabilità. In quei trent’anni d’incarico, aveva trasformato un piccolo ospedale di campagna in un policlinico attrezzatissimo. Era questo che aveva passato a Traynor quando, tre anni prima, si era dimesso.
«Senti», continuò Traynor, «qualunque cosa tu abbia in mente, può di sicuro aspettare fino a domani, ne parleremo a colazione. Farò in modo che si uniscano a noi anche Barton Sherwood e il dottor Delbert Cantor. Se ciò di cui vuoi parlare riguarda le scelte amministrative, è meglio avere con noi il vicepresidente e il capo del personale medico. Sei d’accordo?»
«Penso di sì», ammise Hodges, riluttante.
«Allora è deciso», disse Traynor con tono suadente, desideroso di ritornare dentro a salvare il salvabile della sua riunione. «Li contatterò stasera stessa.»
«Anche se non sono più amministratore», aggiunse ancora Hodges, «mi ritengo ancora responsabile di quello che succede qua. Dopotutto, se non fosse stato per me, tu non saresti entrato nel consiglio di amministrazione, né tantomeno eletto presidente.»
«Certo», concordò Traynor, che tentò una battuta. «Non so se ringraziarti o maledirti per questo dubbio onore.»
«Mi preoccupa vedere che il potere ti ha dato alla testa», ribatté Hodges.
