Lessa aveva provato una cauta soddisfazione nel constatare che ormai Fax non si faceva vedere a Forte Ruath da tre Giri completi. L’apatia degli artigiani, gli edifici in rovina, persino le pietre del Forte, orlate d’erba verde, facevano infuriare Fax, autoproclamatosi Signore delle Terre Alte, al punto che egli preferiva dimenticare la ragione che lo aveva spinto a soggiogare quella Fortezza, un tempo così fiera e prosperosa.

Spinta dall’impulso invincibile di identificare quella minaccia opprimente, Lessa cercò a tentoni i sandali, tra la paglia. Si alzò, scuotendosi meccanicamente i fili di paglia dai capelli opachi che si annodò sulla nuca, in fretta, in una rozza crocchia.

Avanzò tra le sguattere addormentate, che giacevano ammucchiate insieme per riscaldarsi, e salì silenziosamente la scala consunta che portava alla cucina. Il cuoco e il suo aiutante erano distesi sul lungo tavolo, davanti al grande camino, volgendo le ampie spalle al calore del fuoco coperto, e russavano in toni discordi. Lessa attraversò furtiva la cucina simile a una caverna, si diresse alla porta che dava sul cortile delle stalle. Schiuse l’uscio appena quanto bastava per far passare il suo corpo snello. I ciottoli trasmisero una sensazione di freddo attraverso le suole sottile dei sandali; rabbrividì, quando l’aria notturna si insinuò nei suoi indumenti rattoppati.

Il wher da guardia strisciò attraverso il cortile, verso di lei, supplicandola, come sempre, di liberarlo. Mentre la bestia si adattava al suo passo, lei accarezzò teneramente le grinze delle orecchie appuntite. Abbassò con dolcezza lo sguardo verso quella testa spaventosa, e gli promise una bella grattata. Il wher si acquattò gemendo, trattenuto dalla catena, mentre Lessa proseguiva, diretta verso i gradini corrosi che portavano al bastione sovrastante la porta massiccia della Fortezza. Giunta sulla torre, guardò verso oriente, dove i rialzi rocciosi del Passo spiccavano, in un rilievo nero, contro i primi bagliori del giorno.



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