O forse lo sospettava, pensò Lessa, la mente ancora echeggiante di quella selvaggia precognizione del pericolo. A occidente sorgeva la Fortezza avita di Fax, la sola che gli appartenesse legittimamente. A Nord-Ovest c’era ben poco, oltre le montagne nude e rocciose, e il Weyr che proteggeva Pern.

Lessa si stiracchiò, inarcando il dorso, aspirando il vento dolce e incontaminato del mattino.

Nel cortile delle stalle un gallo cantò. Lessa si girò di scatto su se stessa, il volto teso, gli occhi che sfrecciavano all’esterno del Forte, per accertarsi che nessuno la stesse osservando in quella posa così poco caratteristica. Si sciolse i capelli, lasciando ricadere la massa disordinata perché le nascondesse il viso. Il suo corpo si piegò nella postura aggobbita e sciatta che ostentava sempre. Scese a precipizio le scale, avviandosi verso il wher da guardia che gemeva pietosamente e sbatteva i grandi occhi abbagliati dalla luce sempre più intensa del giorno. Ignorando il puzzo del suo alito fetido, Lessa abbracciò la testa scagliosa, grattandone le orecchie e le orbite. Il wher da guardia, in un’estasi di piacere, tremava in tutto il lungo corpo: le ali tarpate frusciavano. Era il solo a sapere chi fosse lei. Ed era l’unico essere, in tutto Pern, di cui lei si era fidata, a partire da quel mattino in cui aveva cercato disperatamente rifugio nel covile buio e fetido, per sfuggire alle spade assetate che avevano bevuto già tanto sangue ruathano.

Si rialzò lentamente, raccomandando al wehr di mostrarsi cattivo con lei come con tutti gli altri, quando vi era qualcuno nelle vicinanze. L’animale promise di obbedirle, ondeggiando avanti e indietro per sottolineare la propria riluttanza.



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