Gelatine! Milioni e miliardi, purpuree e gialle e verdi e liquerizia e uva e lampone e menta e rotonde e lisce e croccanti di fuori e tenere e carnose dentro, e zuccherine e rimbalzando, balzando, rotolando, tintinnando, saltellando, caddero sulle teste e sulle spalle e sui capelli duri e sulle corazze degli operai della Timkin, tintinnando sul marciapiede e rimbalzando via e rotolando sotto i piedi e riempiendo il cielo nella caduta con tutti i colori della gioia e dell’infanzia e delle festività, in una pioggia continua, un’ondata solida, un torrente di colore e di dolcezza disceso dal cielo lassù, che entrava in un universo di lucidità e d’ordine da metronomo, con una novità buffa e pazzesca. Gelatine!

Gli operai del turno urlarono e risero e vennero bersagliati e rompevano le file, e le gelatine riuscirono a penetrare negli ingranaggi dei marciapiedi mobili e allora vi fu uno scricchiolio terribile come il suono di un milione di unghie che stridessero su un quarto di milione di lavagne, seguito da un tonfo continuato e convulso, da un crepitio, e poi tutti i marciapiedi si fermarono, e tutti ruzzolarono di qua e di lì, in un mucchio, e ancora ridevano e si buttavano in bocca le piccole gelatine dai colori infantili. Era una vacanza, e uno spasso, una follia assoluta, una risata. Ma…

Il turno ritardò di sette minuti.

Non arrivarono a casa per sette minuti.

La tabella oraria generale subì uno scompenso di sette minuti.

I piani di produzione furono ritardati di sette minuti dai marciapiedi bloccati.

Lui aveva rovesciato la prima tessera del domino della fila, e una dopo l’altra, chik chik chik, le altre erano cadute.

Il Sistema era stato turbato per sette minuti. Era una cosa da poco, appena degna di nota, ma in una società in cui l’unica forza motrice erano l’ordine e l’unità e la prontezza e la precisione cronometrica e la devozione all’orologio, la venerazione per gli dèi del tempo che passava, era un disastro di tremenda importanza.



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