— Ma è veramente disgustoso — disse l’Arlecchino, quando la graziosa Alice gli mostrò il manifesto che lo dava per ricercato. — Disgustoso ed estremamente improbabile. Dopotutto, non siamo ai tempi dei desperados. Un manifesto!

— Sai — osservò Alice — parli con una forte inflessione.

— Chiedo scusa — disse umilmente l’Arlecchino.

— Non è necessario che ti scusi. Dici sempre “chiedo scusa”. Hai addosso un tale senso di colpa, Everett, è davvero molto triste.

— Chiedo scusa — ripeté lui, poi sporse le labbra e per un momento ricomparvero le fossette. Non aveva avuto intenzione di dirlo. — Debbo uscire ancora. Debbo fare qualcosa.

Alice sbatté sul banco la sfera del caffè. — Oh, per amor di Dio, Everett, non puoi restartene a casa almeno una notte? Devi andartene sempre in giro con quell’orribile costume da pagliaccio, a dar fastidio alla gente?

— Io… — Lui s’interruppe, e si calcò il berretto da giullare sul ciuffo di capelli rossi con un lieve tintinnar di sonagli. Si alzò, sciacquò il globo del caffè sotto il rubinetto, e lo mise per un momento nell’asciugatore. — Devo andare.

Lei non rispose. La cassetta dei facsimili stava ronzando, e lei tirò fuori un foglio, lo lesse, glielo buttò attraverso il banco. — Riguarda te. Naturalmente. Sei ridicolo.

Lui lo lesse in fretta. Diceva che l’Uomo del Tic-Tac stava cercando di individuarlo. Non gliene importava, sarebbe stato ancora in ritardo. Sulla porta, cercando una battuta conclusiva, esclamò con petulanza: — Be’, anche tu parli con una forte inflessione!

Alice levò al cielo gli occhi graziosi. — Sei ridicolo. — L’Arlecchino uscì, sbattendo la porta che si richiuse sommessamente con un sospiro, e fece scattare da sola la serratura.

Si sentì bussare dolcemente, e Alice si alzò con uno sbuffo esasperato e aprì la porta. Lui era lì. — Tornerò verso le dieci e mezzo, va bene?



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