
Il tambureggiare divenne più forte, la notte si fece più scura. E mentre le ombre si allungavano e la luce dileguava dal cielo, il cristallo cominciò a splendere. Perdette dapprima la propria trasparenza, e si soffuse di una luminescenza pallida e lattea. Fantasmi allettanti, mal definiti, si muovevano sulla sua superficie e nelle profondità. Si fusero in fasci di luce e d’ombra, poi formarono disegni intersecati, raggiati, che incominciarono adagio a ruotare.
Sempre e sempre più rapide girarono le ruote di luce, e il pulsare dei tamburi accelerò con esse. Ormai del tutto ipnotizzati, gli uominiscimmia potevano soltanto fissare, con le mascelle pendule, quello stupefacente sfoggio pirotecnico. Avevano già dimenticato gli istinti dei progenitori e le lezioni di un’intera vita; non uno di essi, normalmente, sarebbe rimasto così lontano dalla caverna, a un’ora così tarda della sera. Poiché la boscaglia circostante era piena di forme immobili e di occhi fissi, mentre le creature della notte sospendevano la loro attività per vedere che cosa sarebbe accaduto ancora.
A questo punto le turbinanti ruote di luce incominciarono a fondersi e i raggi si unirono formando fasci luminosi che adagio indietreggiarono in lontananza, ruotando intanto sui loro assi. Si suddivisero a coppie, e la conseguente serie di linee incominciò a oscillare, una linea sull’altra, diagonalmente, mutando adagio gli angoli di intersezione. Forme geometriche fantastiche, fuggevoli, apparivano e scomparivano baluginanti, mentre le splendenti griglie si intrecciavano e si districavano; e gli uominiscimmia stettero a guardare, prigionieri ipnotizzati del cristallo luminoso.
