Soltanto la sua grande forza e l’agilità ereditata dagli antenati arboricoli gli consentirono di trasportare la carcassa su per il ripido versante. Più volte, in lacrime per la frustrazione, quasi abbandonò la preda, ma una cocciutaggine profondamente radicata quanto la fame continuò a sostenerlo. A volte gli altri lo aiutavano, a volte lo ostacolavano; quasi sempre lo intralciavano. Ma infine l’impresa riuscì; la malconcia antilope venne trascinata oltre l’imboccatura della caverna, mentre gli ultimi bagliori rossi del tramonto dileguavano dall’orizzonte; e il banchetto cominciò.

Alcune ore dopo, ingozzato fino alla sazietà, GuardalaLuna si destò. Senza sapere perché, si drizzò a sedere nelle tenebre, tra i corpi proni dei suoi compagni altrettanto sazi, e tese le orecchie verso la notte.

Non si udiva alcun suono tranne i respiri grevi intorno a lui; il mondo intero sembrava addormentato. Le rocce oltre l’imboccatura della caverna splendevano bianche come ossa calcinate nella luce vivida della luna, in quel momento molto alta nel cielo. Ogni pensiero di pericolo sembrava infinitamente remoto.

Poi, da molto lontano, giunse il suono di un ciottolo che rotolava. Timoroso, ma al contempo incuriosito, GuardalaLuna strisciò fuori, sulla sporgenza rocciosa davanti alla caverna, e scrutò, in basso, la parete del dirupo.

Quello che vide lo lasciò talmente paralizzato dal terrore che per lunghi secondi non riuscì a muoversi. Sei metri appena più in basso, due splendenti occhi gialli lo stavano fissando; lo ipnotizzarono a tal punto con la paura, che quasi non vide il corpo flessibile e striato dietro di essi scivolare vellutato e silenzioso di roccia in roccia. Mai, prima di allora, il leopardo era salito così in alto. Aveva ignorato questa volta le caverne più in basso, pur sapendo benissimo dei loro abitatori. Ora cercava altra preda; stava seguendo la traccia del sangue su per il dirupo inondato di luce lunare.



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