I due piccoli già uggiolavano chiedendo cibo, ma tacquero quando GuardalaLuna ringhiò contro di loro. Una delle madri, per difendere il poppante che non riusciva ad allattare a sufficienza, ringhiò a sua volta irosamente; a lui mancò la forza anche soltanto di percuoterla per la sua presunzione.

Ormai faceva abbastanza chiaro per andarsene. GuardalaLuna sollevò il cadavere avvizzito e lo trascinò dietro di sé, mentre si chinava sotto la bassa volta della caverna. Una volta fuori, si caricò il corpo sulle spalle e assunse una posizione eretta… l’unico animale in quel mondo che ne fosse capace.

Tra le creature della sua razza, GuardalaLuna era quasi un gigante, alto forse un metro e mezzo, e, sebbene assai denutrito, pesava più di cinquanta chili. Il suo corpo peloso e muscoloso era una via di mezzo tra la scimmia e l’uomo, ma la testa si avvicinava molto di più a quella dell’uomo che a quella della scimmia. La fronte era bassa, con sporgenze ossee sopra le orbite, eppure egli possedeva inequivocabilmente nei propri geni la promessa dell’umanità. Mentre contemplava, fuori dalla caverna, il mondo ostile del Pleistocene, v’era già qualcosa nel suo sguardo che trascendeva le capacità di qualsiasi scimmia. In quegli occhi scuri, profondamente infossati, si celava una nascente consapevolezza… i primi barlumi di un’intelligenza cui ancora per epoche non sarebbe stato possibile estrinsecarsi, e che presto si sarebbe potuta estinguere per sempre.

Non si vedeva alcun indizio di pericolo, e così GuardalaLuna incominciò a strisciare giù per il pendìo quasi verticale fuori dalla caverna, ostacolato soltanto in modo trascurabile dal suo fardello. Quasi avessero aspettato il suo segnale, gli altri della tribù sbucarono fuori dai loro rifugi, più in basso sulla parete rocciosa, e incominciarono ad affrettarsi verso le acque melmose del torrente per l’abbeverata mattutina.



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