
Ma queste cose appartenevano ormai al passato ed egli stava volando verso il futuro. Mentre si inclinavano in virata, il dottor Floyd poté vedere sotto di sé un labirinto di edifici, quindi una grande pista di atterraggio, poi una larga, rettilinea cicatrice, sul piatto paesaggio della Florida… le rotaie multiple di una gigantesca rampa di lancio. All’estremità di quest’ultima, circondato da veicoli e da incastellature, si trovava un aereo spaziale scintillante in una pozza di luce, mentre fervevano i preparativi per il suo balzo tra le stelle. Per un improvviso venir meno del senso della prospettiva, causato dalle rapide variazioni di velocità e di quota, parve a Floyd di guardare una piccola falena argentea, illuminata dal fascio di luce d’una lampadina tascabile.
Poi le minuscole sagome che si affrettavano qua e là al suolo gli fecero capire quali fossero le dimensioni reali della nave spaziale. Da un’estremità all’altra della stretta V delle ali doveva essere larga sessanta metri. E quell’enorme veicolo, si disse Floyd con una certa incredulità, ma anche con orgoglio, sta aspettando me. A quanto gli risultava, era la prima volta che si organizzava un’intera missione per portare un solo uomo sulla Luna.
Sebbene fossero le due del mattino, un gruppo di giornalisti e di operatori cinematografici lo fermò mentre si dirigeva verso la nave spaziale Orione III illuminata dai riflettori. Ne conosceva di vista parecchi perché, come presidente del Consiglio nazionale dell’astronautica, la conferenza stampa faceva parte del suo sistema di vita. Non erano quelli né il momento né il luogo per una conferenza stampa, né egli aveva qualcosa da dire; ma era importante non offendere i signori dei moderni mezzi di comunicazione.
