Così GuardalaLuna e i suoi compagni masticavano bacche e frutta e foglie e scacciavano le fitte della fame, mentre tutto intorno a loro, in competizione con loro per lo stesso cibo, esistevano riserve di viveri superiori a quanto avrebbero mai potuto sperare di mangiare. Eppure, le migliaia di tonnellate di carne succulenta che vagabondavano nella savana e attraverso la boscaglia non erano soltanto di là dalla loro portata, ma anche di là dalla loro immaginazione. In piena abbondanza, essi stavano lentamente morendo di fame.

La tribù tornò alle caverne senza alcun incidente nell’ultima luce del giorno. La femmina ferita rimasta al riparo tubò di piacere, mentre GuardalaLuna le dava il ramo coperto di bacche, che aveva portato sin lì, e incominciò ad attaccarlo famelica. Il nutrimento era ben scarso, ma le avrebbe consentito di sopravvivere fino a quando la ferita infertale dal leopardo non si fosse cicatrizzata, consentendole di tornare per suo conto in cerca di foraggio.

Sulla valle stava sorgendo la luna piena, e un vento gelido soffiava dai monti lontani. Avrebbe fatto molto freddo, quella notte… ma il freddo, come la fame, non era causa di gravi preoccupazioni; era soltanto un aspetto dell’ambiente in cui si svolgeva la loro esistenza.

GuardalaLuna si mosse appena quando udì gli urli e gli strilli riecheggiati dal versante della montagna e provenienti da una delle caverne più in basso; non aveva bisogno di sentire i ringhi saltuari del leopardo per rendersi esattamente conto di quanto stava accadendo. Laggiù nelle tenebre, il vecchio Pelo Bianco e la sua famiglia stavano combattendo e morendo, e l’idea che egli avrebbe potuto aiutarli in qualche modo non balenò nemmeno per un attimo nella mente di GuardalaLuna. La logica feroce della sopravvivenza escludeva tali fantasticherie, e non una voce si levò per protestare dal fianco in ascolto dell’altura. In ogni caverna regnava il silenzio, per non attrarre il disastro anche da quella parte.



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