«Qui il Rettore. Chi parla?»

«Heywood? Sono Victor. Come stai?»

In una frazione di secondo, un intero caleidoscopio di emozioni balenò nella mente di Floyd. Anzitutto irritazione: il suo successore e, egli ne era certo, il maggiore artefice del defenestramento toccategli non aveva mai una sola volta tentato di mettersi in contatto con lui dopo la partenza da Washington. Poi seguì la curiosità: di che mai avrebbero potuto parlare? Quindi vennero la caparbia decisione di rendersi utile il meno possibile, la vergogna a causa di una reazione così infantile e, in ultimo, un empito di eccitazione. Victor Millson poteva essersi messo in comunicazione con lui per un solo motivo.

Nel tono più neutro di cui era capace, Floyd rispose: «Non posso lamentarmi, Victor. Qual è il problema?»

«È sicuro questo circuito?»

«No, grazie a Dio. I circuiti segreti non mi servono più.»

«Um. Be’, allora mi esprimerò in questo modo: rammenti l’ultimo progetto che dirigesti?»

«Non è probabile che possa averlo dimenticato, specie in quanto il Sottocomitato dell’Astronautica mi ha riconvocato per una nuova testimonianza appena un mese fa.»

«Certo, certo. Devo proprio decidermi a leggere le tue dichiarazioni non appena troverò un momento di tempo. Ma sono stato impegnatissimo a causa dei successivi sviluppi, e questo è il problema.»

«Credevo che tutto si svolgesse come previsto.»

«È così… sfortunatamente. Non possiamo far niente per accelerare le cose. Anche la massima precedenza assoluta significherebbe una differenza di appena poche settimane. E questo significa che arriveremmo troppo tardi.»

«Non capisco» disse Floyd, fingendo ingenuità. «Anche se non vogliamo perdere tempo, naturalmente, non esiste alcuna vera scadenza non superabile.»



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