«Buongiorno, Sal. Sicché non hai niente di nuovo per me?»

«No, dottor Chandra. E lei ha qualcosa di nuovo per me?»

La voce sarebbe potuta essere quella di qualsiasi colta donna indù che avesse studiato non soltanto nel proprio paese, ma anche negli Stati Uniti. L’accento di Sal non era stato così, inizialmente, ma nel corso degli anni la voce aveva acquisito molte delle intonazioni di Chandra.

Lo scienziato batté un messaggio in codice sulla tastiera, facendo sì che l’accesso alla memoria di Sal venisse tutelato dalle massime misure di sicurezza. Nessuno sapeva che egli parlava in quel modo con il computer, come non avrebbe mai potuto rivolgersi a un essere umano. Non importava se Sal non capiva, in realtà, più di una parte di quanto egli diceva; le risposte del calcolatore erano talmente persuasive che persino l’uomo dal quale era stato creato ne veniva tratto in inganno. Come, d’altronde, desiderava: quelle comunicazioni segrete lo aiutavano a conservare l’equilibrio mentale forse addirittura il senno.

«Mi hai detto molte volte, Sal, che non possiamo risolvere il problema dell’anomalo comportamento di Hal senza un maggior numero di informazioni. Ma come possiamo procurarci tali informazioni?»

«Questo è ovvio. Qualcuno deve tornare sulla Discovery.»

«Precisamente. Sembra ora che questo accadrà, prima di quanto ci aspettassimo.»

«Sono lieto di saperlo.»

«Sapevo che lo saresti stato» rispose Chandra, e lo pensava sul serio. Già da un pezzo aveva rinunciato ad ogni comunicazione con il sempre più esiguo numero di filosofi i quali sostenevano che i computer non potevano provare, in realtà, stati d’animo, ma si limitavano a fingere di provarli.



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