
«C’erano decine e decine di quei grandi fiori, quale più e quale meno aperto. Visti così da vicino mi ricordavano farfalle che stanno uscendo dalla crisalide — le ali tutte piegate e ancora deboli. Mi stavo avvicinando alla verità.
«Ma il freddo era terribile, e i fiori morivano appena sbocciati. Poi, l’uno dopo l’altro si sono staccati dalle escrescenze, o gemme, e sono caduti a terra. Lì, per terra, per qualche secondo si dibattevano come pesci in secca — e allora ho capito che cosa erano in realtà. Quelle membrane non erano petali — erano larve, o i loro equivalenti. Gli pseudofiori erano le larve mobili di quell’essere. Probabilmente è sessile, e trascorre gran parte della vita solidamente fissato al fondo del mare, e manda quelle sue gemmazioni mobili in cerca di nuovi tenitori. Così fanno i coralli degli oceani terrestri.
«Mi sono messo in ginocchio per dare un’occhiata più da vicino a una di quelle larve. I bei colori sbiadivano a vista d’occhio: gli organismi mobili erano ora di un brutto color brunastro. Le membrane si erano indurite per via del freddo e qualcuna si era rotta come in tante schegge. Però la larva si muoveva ancora debolmente, e quando mi sono avvicinato ha cercato di ritrarsi. Chissà come faceva a sentire la mia presenza.
«Poi mi sono accorto che gli stami, come li chiamavo, avevano tutti dei punti color azzurro molto vivo sulla cima. Sembravano minuscole stelle di zaffiro — o gli occhi azzurri sul mantello di certi molluschi — sensibili alla luce, ma incapaci di formare immagini. Sotto i miei occhi quell’azzurro sbiadì e si spense, e gli zaffiri divennero pietre qualsiasi, senza vita…
«Dottor Floyd… o chiunque mi stia ascoltando. Mi resta poco tempo: tra poco Giove bloccherà il mio segnale. Ma ho quasi finito.
«Sapevo bene che cosa dovevo fare. Il cavo elettrico del proiettore da mille watt era lì accanto a me. Gli ho dato qualche strattone e la luce si è spenta in una pioggia di scintille.
