«A che serve?» chiese Poole, mettendosi a fare il paziente difficile, quelli che infastidiscono tanto i medici perché vogliono sempre sapere tutto quello che si sta facendo. «È per l’elettroencefalogramma?»

Il professore, la caposala e le infermiere apparvero tutti egualmente sconcertati. Poi un lento sorriso si fece strada sul volto di Anderson.

«Ah… elettro… ence… falo… gramma», disse scandendo, come se dovesse pescare la parola dai recessi della memoria.

«Sì, proprio così. Vogliamo solo controllare le sue funzioni cerebrali.»

Il mio cervello funzionerebbe alla perfezione se solo me lo lasciaste usare, brontolò fra sé Poole. Ma almeno sembra che si faccia qualcosa… finalmente.

«Signor Poole», cominciò Anderson, sempre parlando con quella voce curiosamente artefatta, come se si stesse cimentando in una lingua straniera, «lei sa di certo di essere stato… reso inabile… in un grave incidente, mentre lavorava all’esterno della Discovery.»

Poole annuì.

«Comincio a sospettare», disse caustico, «che «reso inabile» non renda interamente l’idea.»

Anderson apparve visibilmente sollevato e un lento sorriso gli si dipinse sul volto.

«Lei ha assolutamente ragione. Mi dica cosa crede che le sia successo.»

«Be’, nella migliore delle ipotesi, dopo che ho perso i sensi, Dave Bowman mi ha salvato e mi ha riportato nell’astronave. Come sta Dave? Non mi dite niente?»

«A tempo debito… e nella peggiore delle ipotesi?»

A Frank Poole sembrò che un vento gelido gli soffiasse delicatamente dietro il collo. Il sospetto che via via si era formato nel suo cervello cominciò a prendere corpo.

«Che sono morto, ma sono stato riportato qui… dovunque sia «qui»… e voi siete stati capaci di farmi rivivere. Grazie…»



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