«Assolutamente corretto. E lei è tornato sulla Terra. Be’, più o meno.»

Cosa voleva dire quel «più o meno»? C’era sicuramente un campo gravitazionale lì — per cui si trovava probabilmente all’interno della ruota a lenta rotazione di una stazione spaziale orbitante. Ma non importava: c’era ben altro su cui riflettere.

Poole eseguì qualche rapido calcolo mentale. Se Dave lo avesse messo in ibernazione, avesse scongelato il resto dell’equipaggio e portato a termine la missione su Giove — diamine, sarebbe rimasto «morto» almeno per cinque anni!

«Quanti ne abbiamo oggi?» domandò con la maggior calma possibile.

Il professore e la caposala si scambiarono un’occhiata. Di nuovo Poole sentì quel vento freddo alla base del collo.

«È meglio che le dica, signor Poole, che Bowman non la salvò. Credette… e non possiamo rimproverarglielo… che lei fosse inequivocabilmente morto. Inoltre doveva affrontare una crisi di assoluta gravità che minacciava la sua stessa sopravvivenza…

«Per cui lei è andato alla deriva nello spazio, è passato attraverso il sistema di Giove e si è diretto verso le stelle. Fortunatamente lei era talmente al di sotto del punto di congelamento che non c’era alcun metabolismo… ma è quasi un miracolo che siamo riusciti a trovarla. Lei è uno degli uomini più fortunati che esistano. No… che siano mai esistiti!»

Ah sì? si domandò tetro Poole. Cinque anni, che diamine! Avrebbe potuto essere un secolo… o anche più.

«Mi dica tutto», ordinò.

Il professore e la caposala sembrarono consultare un invisibile monitor. Quando si guardarono l’un l’altra e fecero un cenno di assenso, Poole immaginò che fossero tutti inseriti nel circuito di informazioni dell’ospedale, collegato alla striscia di metallo che aveva attorno alla testa.

«Frank», disse il professor Anderson, calandosi tranquillamente nella parte del vecchio medico di famiglia, «sarà uno shock per lei, ma è in grado di sopportarlo… e prima lo sa, meglio è.



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