
3. RIABILITAZIONE
Quando si svegliò di nuovo e vide la caposala e le infermiere attorno al letto, Poole si sentì abbastanza in forma da farsi sentire.
«Dove sono? Voi me lo potete sicuramente dire!»
Le tre donne si scambiarono un’occhiata, visibilmente incerte sul da farsi. Rispose la caposala, pronunciando le parole con lentezza e precisione: «Va tutto bene, signor Poole. Il professor Anderson sarà qui tra un minuto… Lui le spiegherà».
Spiegare cosa? pensò Poole piuttosto seccato. Ma almeno parla inglese, anche se non riesco a capire con quale accento…
Anderson doveva essere già stato avvertito perché la porta si aprì pochi istanti più tardi — offrendo a Poole la possibilità di dare un’occhiata a una piccola folla di curiosi che sbirciavano. Cominciò a sentirsi come un animale appena esposto in uno zoo.
Il professor Anderson era un ometto azzimato i cui tratti sembravano un miscuglio degli aspetti più caratteristici di diverse razze cinese, polinesiana, nordica mescolate nella più assoluta confusione. Salutò Poole alzando il palmo destro, poi si accorse subito dell’equivoco e gli strinse la mano, ma con una bizzarra esitazione, come se stesse provando a fare un gesto del tutto sconosciuto.
«Lieto di vederla così in forma, signor Poole… La rimetteremo in piedi in un baleno.»
Di nuovo quello strano accento e quel modo di parlare strascicato — ma i modi rassicuranti erano quelli di tutti i medici, in tutti i luoghi e in tutte le età.
«Mi fa piacere saperlo. Ora forse lei può rispondere ad alcune domande…»
«Certo, certo. Solo un minuto.»
Anderson parlò così rapidamente e a voce così bassa alla caposala che Poole riuscì a cogliere solo poche parole, molte delle quali gli erano del tutto sconosciute. Poi la caposala fece un cenno a un’infermiera, che aprì un armadio a muro e ne tirò fuori una stretta striscia di metallo. Dopo di che procedette ad avvolgerla attorno alla testa di Poole.
