
«Siamo vicini all’inizio del Quarto Millennio. Mi creda… lei ha lasciato la Terra quasi mille anni fa.»
«Le credo», rispose calmo Poole. Poi, con suo grande fastidio, la stanza cominciò a ruotargli attorno e non seppe più nulla.
Quando ebbe ripreso conoscenza, scoprì di non essere più in una squallida stanza d’ospedale, ma in una lussuosa suite con piacevoli immagini che cambiavano di continuo sulle pareti. Alcune erano quadri famosi che ben conosceva, altre mostravano paesaggi di terra e di mare che parevano provenire dai suoi tempi. Non c’era nulla di estraneo o sconvolgente: quello sarebbe giunto più tardi, immaginò.
Ciò che lo circondava adesso era stato chiaramente programmato con cura; si chiese se ci fosse l’equivalente di uno schermo televisivo da qualche parte (quanti canali aveva il Terzo Millennio?) ma non vide traccia di alcun telecomando vicino al letto. C’erano molte cose che avrebbe dovuto apprendere in questo nuovo mondo: era come un selvaggio che si fosse imbattuto all’improvviso nella civiltà.
Ma prima doveva recuperare le forze — e imparare la lingua; neppure l’avvento della registrazione sonora, vecchia già di un secolo all’epoca in cui era nato Poole, aveva impedito importanti mutamenti nella grammatica e nella pronuncia. E c’erano migliaia di parole nuove, perlopiù nell’ambito della scienza e della tecnologia, benché spesso fosse in grado di indovinarne con perspicacia il significato.
Ma il fatto più frustrante erano le miriadi di nomi propri famosi o meno che si erano accumulati per un millennio e che non significavano niente per lui. Per settimane, gran parte delle sue conversazioni erano state interrotte da succinte biografie, fin quando non aveva deciso di farsi una banca dati.
Mentre Poole riacquistava le forze, il numero di visitatori aumentava in continuazione, benché sempre sotto l’occhio vigile del professor Anderson. Fra questi c’erano specialisti, studiosi di varie discipline e — con grande interesse dello stesso Poole — comandanti di astronavi.
