«Salone d’osservazione numero tre», ordinò Indra e si allontanarono rapidi e silenziosi dal terminal.

Poole controllò l’ora sul complicato orologio da polso di cui stava ancora esplorando le funzioni. Con una certa sorpresa, aveva scoperto che il mondo adesso era sotto il Tempo Universale: il confuso mosaico di fusi orari era stato travolto dall’avvento delle comunicazioni globali. Se n’era parlato a iosa già nel XX secolo ed erano persino arrivati al punto di suggerire che il tempo solare venisse sostituito da quello siderale. Quindi, nel corso dell’anno, il Sole si sarebbe mosso seguendo le lancette dell’orologio, tramontando alla stessa ora in cui era sorto sei mesi prima.

Tuttavia la proposta sul «Tempo uguale nel Sole» era rimasta sulla carta, insieme a tentativi ancor più clamorosi di riformare il calendario. Questa peculiare impresa, aveva cinicamente suggerito qualcuno, avrebbe dovuto attendere qualche importante progresso tecnologico.

Certo, un giorno avrebbero corretto il piccolo errore di Dio, e l’orbita della Terra sarebbe stata sistemata in modo da avere ogni anno dodici mesi o trenta giorni perfettamente uguali…

Da quel che Poole riusciva a valutare in base alla velocità e al tempo trascorso, dovevano aver percorso almeno tre chilometri prima che il veicolo si arrestasse silenzioso, le porte si aprissero e una melliflua voce artificiale intonasse: «Godetevi il panorama. Trentacinque per cento di cielo coperto oggi».

Era ora, pensò Poole, siamo vicini alla parete esterna.

Ma qui c’era un altro mistero: nonostante la distanza percorsa, né la forza né la direzione della gravità erano mutate! Non riusciva a immaginare una stazione spaziale ruotante di tale ampiezza che il vettore di gravità non venisse alterato da uno spostamento del genere… E se, a conti fatti, si fosse trovato invece su qualche pianeta? Ma avrebbe dovuto sentirsi più leggero — di solito molto più leggero — su qualsiasi altro mondo abitabile del sistema solare.



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