«Be’, non sarà così?»

«Non so.»

«Mi pareva che l’attrezzatura fosse sua.»

«Mia e di Dennis Bridger.»

«Dov’è il dottor Bridger?»

«Giù al campo di bocce. Ci aspetta, e spero che abbia già prenotato una pista. E una bottiglia.»

«Ne abbiamo già una.»

«Cosa ce ne facciamo di una? Viene sete, da queste parti.»

Mentre filavano giù per la buia strada tutta curve, cominciò a parlarle di sé e di Bridger. Tutti e due avevano studiato all’Università di Birmingham, e avevano fatto insieme dei lavori di ricerca al Cavendish. Fleming era un teorico, Bridger era per l’applicazione pratica, matematico e ingegnere. Bridger era uno scienziato di carriera, deciso a ottenere il massimo nel suo campo. Fleming era un ricercatore puro, a cui interessavano solo i fatti. Ma entrambi disprezzavano il sistema accademico nel quale erano stati educati e se ne stavano per conto loro. Reinhart se li era portati via alcuni anni prima, perché collaborassero al nuovo telescopio. E poiché egli era, con molta probabilità, l’astrofisico più illustre e stimato del mondo occidentale, un vero capo e un cacciatore di talenti, lo avevano seguito senza esitazioni, e lui li aveva spalleggiati, incoraggiati e protetti come un padre, durante il lungo e tortuoso processo di realizzazione.

Si sentiva immediatamente, quando Fleming parlava, la mutua fiducia che, dietro la sua rudezza, lo legava al professore. Bridger, al contrario, era annoiato e irrequieto. Aveva fatto la sua parte, e, come disse Fleming senza modestia né presunzione, avevano dato al loro vecchio amico il più favoloso apparecchio della Terra.



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