
Harvey era solo nella sala di controllo: sedeva al banco e regolava la sintonia del ricevitore. La finestra di fronte a lui era nera come una lavagna e la stanza era silenziosa: si sentiva solo, dall’altoparlante, un suono crepitante, basso e continuo. All’esterno, silenzio; poi il rumore dell’auto di Fleming.
Fleming e Bridger entrarono dalla porta girevole, e si fermarono, battendo le palpebre, nel cerchio di luce. Fleming, turbato, fissò Harvey.
«Che c’è?»
«State a sentire.» Harvey alzò una mano e loro si fermarono, in ascolto.
In mezzo alle scariche, ai sibili e ai fischi che venivano dall’altoparlante, giungeva un’unica nota, debole e spezzata, che però si ripeteva continuamente.
«Alfabeto Morse,» affermò Bridger.
«Non è a gruppi.»
Ascoltarono ancora.
«Breve e lunga,» aggiunse Bridger, «ecco cos’è.»
«Da dove proviene?» chiese Fleming.
«Da qualche parte di Andromeda. Ne stavamo esplorando la zona…»
«Da quanto dura?»
«Da un’ora circa. Siamo sul massimo, ora.»
«Puoi muovere il riflettore?»
«Penso di sì.»
«Non dovremmo farlo,» intervenne Bridger. «Non dovremmo cominciare subito a fare esperimenti.»
Fleming lo ignorò.
«Il servo-apparecchio è già in azione?» chiese.
«Sì, dottor Fleming.»
«Bene, cerchi di captarlo.»
«No, John, ascolta.» Bridger tese vanamente una mano per toccare il braccio di Fleming.
«Può essere uno Sputnik, o qualcosa del genere,» disse Harvey.
«C’è qualcosa di nuovo in orbita?» Fleming si liberò dalla stretta di Bridger.
«Nulla, che si sappia.»
«Qualcuno potrebbe avere lanciato in orbita qualcosa di nuovo…» cominciò Bridger, ma Fleming lo interruppe.
«Dennis.» Cercava di pensare con lucidità. «Vai a mettere in funzione un registratore, da bravo. E anche uno stampatore.»
