
«Non sarebbe meglio controllare?»
«Dopo, controlliamo.»
Fleming uscì lentamente nel vestibolo, si chinò sul distributore d’acqua e si sciacquò a lungo il viso. Quando tornò, fresco, lucido e notevolmente sobrio, trovò Bridger già al lavoro nella sala apparecchi, e Harvey che telefonava all’ingegnere di turno. Quando i motori elettrici entrarono in funzione, le luci si abbassarono un istante. Il riflettore metallico, in alto là fuori, si mosse in silenzio, impercettibilmente. Il suo movimento compensava il moto terrestre. Dall’altoparlante il suono giunse un poco più alto.
«Non si può sentirlo meglio?»
«Non è un segnale molto distinto.»
«Hum.» Fleming aprì un cassetto del banco di controllo e ne trasse un catalogo. «Le sue coordinate galattiche non si sono spostate?»
«Difficile a dirsi. Non lo inseguivo. Ma non possono essersi spostate di molto.»
«Allora non è qualcosa in orbita?»
«Direi di no.»
Harvey si piegò ansiosamente sul quadro di controllo acustico. «Non potrebbe essere qualche dilettante che ritrasmette in alfabeto Morse dalla Luna?»
«Non sembra un vero alfabeto Morse. E la Luna non è ancora sorta.»
«O da Marte, o da Venere. Spero di non avervi messi in allarme per niente.»
«Andromeda, ha detto?»
Harvey annuì. Fleming sfogliava il catalogo, leggendo e ascoltando contemporaneamente. Tornò gentile e silenzioso come era stato prima con Judy, in macchina. Sembrava un ragazzino studioso.
«Continua a seguirlo?»
«Sì, dottor Fleming.»
Fleming andò al banco e premette il pulsante del telefono interno.
«Dennis, lo ricevi?»
«Sì,» la voce di Bridger risuonava metallica, «ma non ha alcun senso.»
«Può darsi che prima di mattina ne abbia. Sto cercando di farmi un’idea della distanza.»
Fleming interruppe la comunicazione e attraversò il locale, con un libro in mano, dirigendosi alle carte astronomiche sulla parete di fondo.
