
Non c’era dubbio che la Città rappresentasse il culmine del processo che aveva portato l’uomo a trionfare sull’ambiente. Non il volo spaziale, non i cinquanta mondi colonizzati che di questi tempi facevano così gli altezzosi: la Città era il vero trionfo del genere umano.
Praticamente nessuno, sulla Terra, viveva fuori delle Città. Fuori non c’era che desolazione e aria aperta, che ben pochi riuscivano a sopportare con un minimo d’equanimità. Naturalmente era necessario conservare degli spazi aperti: c’erano l’acqua che è necessaria agli uomini, il legno e il carbone che erano le materie prime da cui, dopo lunghi processi, si ricavava la plastica, e le riserve naturali di lievito e fermenti. (Il petrolio era finito da molto tempo, ma alcune varietà di lievito ricche d’olio costituivano un buon sostituto.) Nelle zone disabitate fra Città e Città c’erano poi le miniere, e una fetta non trascurabile di terra — più di quanto la gente, di solito, immaginasse — veniva ancora sfruttata per la agricoltura e l’allevamento del bestiame. Non era un sistema efficiente per produrre cibo, ma carne, maiale e grano potevano sempre essere smerciati sul mercato dei generi di lusso o essere esportati.
Per mandare avanti le miniere e le fattorie, per allevare il bestiame e pompare l’acqua erano sufficienti pochi uomini, che si limitavano a supervisionare il lavoro a distanza. I robot facevano il lavoro meglio e richiedevano meno.
