
Dentro sentiva un senso di freddo. Era abituato, in un certo senso, ai robot in uso sulla Terra, ma i modelli Spaziali erano certo diversi. Non ne aveva mai visti, ma sulla Terra niente era più comune delle storie sui terribili, formidabili automi che lavoravano con sovrumana energia sui Mondi Esterni. Lije si sentì battere i denti.
Lo Spaziale, che l’aveva ascoltato educatamente, disse: «Non sarà necessario. La aspettavo».
Baley tese automaticamente la mano, poi l’abbassò. Abbassò pure la mascella, che sembrava diventata lunghissima. Non riuscì a dire niente, le parole si gelarono.
Lo Spaziale disse: «Mi presento: sono R. Daneel Olivaw».
«Come? Forse c’è un errore. Credevo che l’iniziale…»
«Nessun errore, sono un robot. Non gliel’hanno detto?»
«Me l’hanno detto.» Baley si passò una mano umida fra i capelli e li lisciò inutilmente. Poi, finalmente, la tese. «Mi dispiace, signor Olivaw. Non so a che diavolo stessi pensando. Mi chiamo Elijah Baley e sono il suo collega.»
«Bene.» La mano dell’automa strinse la sua con calore e leggerezza, in modo amichevole. Poi la lasciò. «Mi sembra di individuare in lei una certa apprensione. Posso chiederle di essere franco? In un rapporto come il nostro sarà meglio chiarire subito i punti importanti. E a proposito, sul mio mondo è normale che due colleghi si diano del tu. Spero che l’usanza non contrasti con le vostre abitudini.»
«È solo che, vede, lei non sembra un robot» disse Baley con angoscia.
«Questo la disturba?»
«Non dovrebbe, D… Daneel. Sono tutti come te, sul tuo mondo?»
«Ci sono differenze individuali, Elijah, proprio come fra gli uomini.»
«I nostri robot… Be’, lo capisci subito che sono robot. Tu sei identico a uno Spaziale.»
