
«Ah, vedo. Ti aspettavi un. modello primitivo e sei sorpreso. Ma è logico che la mia gente usi un automa dalle pronunciate caratteristiche umanoidi in un caso come questo. Dobbiamo evitare ogni effetto spiacevole, non trovi?»
Era certo così. Se un robot "primitivo" si fosse aggirato con troppa disinvoltura nella Città avrebbero potuto nascere guai.
Baley disse: «Hai ragione».
«Allora andiamo, Elijah.»
Tornarono verso la strada celere. R. Daneel capì lo scopo dei nastri acceleranti e se ne servì con notevole bravura. Baley, che inizialmente era andato piano, fu costretto ad aumentare la velocità e la cosa lo irritò.
Il robot si teneva al passo e non mostrava nessuna difficoltà. Baley si chiese addirittura se R. Daneel non procedesse più lentamente di quel che poteva. Arrivò alle interminabili carreggiate della strada celere e saltò a bordo con spericolatezza; l’automa lo seguì facilmente.
Baley era rosso. Deglutì un paio di volte e disse: «Starò quaggiù con te».
«Quaggiù?» L’automa, che non sembrava fare caso né al rumore né al ritmico ondeggiare della piattaforma, disse: «Forse le mie informazioni sono sbagliate, ma credevo che la qualifica C-5 desse diritto a un sedile ai livelli superiori, in certe fasce orarie.»
«Infatti è così. Io posso andare a sedermi, tu no.»
«Perché no?»
«L’hai detto tu, Daneel. Ci vuole il C-5.»
«Lo so benissimo.»
«E tu non ce l’hai.» Parlare era difficile: al livello inferiore, meno protetto dal rivestimento di vetro, il sibilo dell’aria era più forte. Baley, inoltre, era comprensibilmente ansioso di mantenere la voce bassa.
R. Daneel ribatté: «Perché non dovrei avere il C-5? Sono il tuo collaboratore, e a quanto mi è stato detto ho la stessa qualifica».
Da una tasca della camicia trasse un cartoncino rettangolare dall’aria genuina. Il nome segnato sul rettangolo era Daneel Olivaw, senza l’iniziale discriminante. La qualifica era C-5.
