«In tal caso vieni su» disse Baley, piatto.

Una volta seduto Baley guardò dritto davanti a sé, pieno di rabbia verso se stesso e fin troppo consapevole del robot seduto accanto a lui. Era stato colto in contropiede due volte: la prima per non aver riconosciuto R. Daneel come automa e la seconda per non aver immaginato che R. Daneel doveva avere una qualifica pari alla sua. E questa era mancanza di logica.

Il guaio è che Baley non era l’investigatore dei miti popolari: non era incapace di sorpresa e imperturbabile d’aspetto, non era adattabile all’infinito e non possedeva un cervello che funzionava come la folgore. Non aveva mai pensato d’esserlo, ma era la prima volta che gli dispiaceva.

E gli dispiaceva perché R. Daneel Olivaw, al contrario, sembrava la perfetta incarnazione di quel mito.

Per forza: era un robot.

Baley cominciò a cercare di giustificarsi. Era abituato agli automi da ufficio, come R. Sammy, e quindi si era aspettato una creatura con la pelle di plastica dura e lucida, dal colore quasi cadaverico. Si era aspettato un’espressione fissa in un’eterna smorfia di sciocco buonumore. Si era aspettato movimenti a scatto e insicuri.

R. Daneel non era niente di tutto questo.

Baley arrischiò un’occhiata rapida e furtiva all’automa che gli sedeva a fianco. R. Daneel si girò simultaneamente per incrociare il suo sguardo e fare un cenno solenne con la testa. Quando aveva parlato le labbra si erano aperte e chiuse con naturalezza, non erano rimaste socchiuse come quelle dei robot terrestri. E a Baley era parso d’intravvedere una lingua articolante.

Pensò: "Perché se ne sta seduto così calmo? Lo scenario deve essere completamente nuovo, per lui. E poi rumori, luci, folla!".

Baley si alzò, sfiorò R. Daneel e disse: «Seguimi!».

Via dalla strada celere, giù verso i nastri deceleranti.



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