
Ricordava, tuttavia, le baracche della sua infanzia, la sfibrante esistenza comunitaria appena al di qua della riga sottile che divide il sopportabile dall’insopportabile. Sua madre non la ricordava per niente: non era sopravvissuta a lungo. Suo padre lo ricordava, un uomo incavato, schiacciato, perduto, che a volte parlava del passato a frasi spezzate.
Morì, declassato, quando Lije aveva otto anni. Il giovane Baley e le due sorelle maggiori erano finiti nell’orfanotrofio del settore. Lo chiamavano il Livello dei Bambini. Il fratello della loro mamma, zio Boris, era troppo povero per impedirlo.
E da quel giorno era stata sempre dura. A scuola più dura ancora, senza i privilegi paterni con cui facilitarsi la strada.
E ora si trovava al centro di una specie di sommossa, con il compito di reprimere uomini e donne che, dopotutto, temevano soltanto la dequalificazione per sé e i propri cari, esattamente come la temeva lui.
Si rivolse alla donna che aveva già parlato, con voce piatta: «Signora, non combiniamo guai. I commessi non le hanno fatto nessun male».
«Sicuro che non me l’hanno fatto» gridò la donna. «E non me lo faranno neppure. Crede che mi lascerei toccare da quelle dita fredde e unte di grasso? Sono venuta qui aspettandomi di essere trattata come un essere umano. Sono una cittadina e ho il diritto di essere servita da commessi umani. E senta, ho due bambini che mi aspettano per cena. Non possono andare alla mensa del settore senza di me, come se fossero orfani. Devo uscire di qui.»
«Senta lei» disse Baley, la cui irritazione ricominciava a salire «se avesse permesso a quei commessi di servirla, sarebbe già fuori da un pezzo. Sta facendo un inferno per niente.»
«Ma guarda!» disse la donna, che sembrava violentemente sorpresa. «Forse pensa di potermi trattare come una pezza da piedi, ma è tempo che il governo capisca la canzone! E cioè che i robot non sono l’unica cosa che conta! Sono una che sfacchina duro, io, ho i miei diritti!» E andò avanti su questo tono, interminabilmente.
