Commentò: «Mi sembra uno spreco che tanta acqua si versi sulla città. Dovrebbe cadere solo nei bacini».

«Lije» disse il questore «sei un inguaribile uomo moderno. Questo è il tuo guaio. Nel medioevo la gente viveva all’aperto, e non intendo solo nelle fattorie, ma nelle città. Perfino a New York si viveva all’aperto. Quando pioveva, la gente non pensava che fosse uno spreco. Era contenta. Viveva a contatto con la natura. È più sano, è meglio. La vita moderna ha divorziato dalla natura, da qui vengono i guai. Qualche volta, leggi come andavano le cose nel Secolo del Carbone.»

Baley l’aveva fatto. Aveva sentito troppa gente lamentarsi dell’invenzione della pila atomica, e lui stesso brontolava quando le cose andavano male o quando semplicemente era stufo. Lamentarsi è una caratteristica innata della specie umana. Nel Secolo del Carbone la gente imprecava contro la macchina a vapore; in una commedia di Shakespeare un personaggio lamenta l’invenzione della polvere da sparo. Mille anni dopo ci si lamentava per la fabbricazione del cervello positronico.

All’inferno.

Baley disse, cupo: «Mi stia a sentire, Julius». (Non era sua abitudine prendersi certe confidenze con il questore nelle ore di lavoro, anche se l’altro gli dava sbrigativamente del tu; ma stavolta gli sembrava il caso di fare un’eccezione.) «Mi stia a sentire, lei sta parlando di tutto meno della ragione per cui mi ha fatto chiamare. E questo mi preoccupa. Di che si tratta?»

Il questore rispose: «Ci arrivo, Lije, ma fammi fare a modo mio. Sono… guai».

«Sicuro, su questo pianeta non c’è altro. Guai con R.?»

«In un certo senso, sì. Mi chiedo quante altre rogne il vecchio mondo potrà sopportare. Quando ho fatto installare la finestra non è stato solo per guardare il cielo. Volevo tenere d’occhio la città, e adesso mi chiedo che cosa ne sarà fra un altro secolo.»



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