La barriera fu tolta e la folla si riversò all’interno. Ci fu un ruggito di soddisfazione generale: uomini e donne sentivano la vittoria.

Baley aveva sentito di disordini simili; in un caso aveva anche assistito di persona. Aveva visto i robot sollevati da decine di mani, i pesanti corpi di metallo, incapaci di opporre resistenza, portati a braccia dagli uomini esasperati. E gli esseri umani facevano smorfie ai simulacri metallici della specie. Avevano usato martelli, lame d’energia, fucili ad ago, finché le miserabili carcasse non si erano ridotte a un ammasso di lamiere contorte. I costosi cervelli positronici — la creazione più complessa dell’ingegno umano — erano passati di mano in mano come palloni da football e in pochi minuti si erano ridotti a gusci inservibili.

E poi, con il genio della distruzione ormai sprigionato, i facinorosi si erano dedicati alla demolizione sistematica di tutto ciò che capitava sotto tiro.

I commessi-robot non sapevano niente di tutto questo, ma quando la folla si riversò nel negozio alzarono le braccia istintivamente, nel goffo tentativo di nascondersi. La donna che aveva scatenato il pandemonio, atterrita alla prospettiva di ciò che stava per capitare, ansimò: «Calmatevi, adesso. Gente, calmatevi!». Le cose erano andate molto al di là di quello che aveva previsto.

Qualcuno le calò il cappello sulla faccia e la voce le si ridusse a un indistinto piagnucolio.

Il padrone del negozio urlò: «Li fermi, agente, li fermi!».

R. Daneel parlò. Senza sforzo apparente la sua voce si librò di qualche decibel sopra la media normale dell’uomo. Per forza, si ripeté Baley per la decima volta, non è…

R. Daneel disse: «Il prossimo che si muove si becca un colpo».

Qualcuno dal fondo gridò: «Levatelo di mezzo!».

Ma per un attimo nessuno si mosse.



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