«Certo, se ti fa piacere. Sai di che cos’è il diminutivo?»

«Di Jessica?»

«Non indovineresti mai.»

«Non riesco a pensare ad altro.»

Lei rise e disse, solennemente: «Il mio nome completo è Jezebel».

Fu questo a impressionare Lije. Posò il bicchiere e le chiese: «No, veramente?».

«Lo giuro, non sto scherzando. Jezebel. È il nome che compare su tutti i documenti. Ai miei genitori piaceva il suono.»

Ne era orgogliosa, anche se al mondo non c’era mai stata una Jezebel meno credibile.

Baley disse, serio: «Io mi chiamo Elijah. Il nome per intero, si capisce».

Lei non batté ciglio.

Lui riprese: «Elia era il grande nemico di Jezebel, o Gezabel».

«Sul serio?»

«Certo. Nella Bibbia.»

«Guarda, non lo sapevo. È divertente, non credi? Spero che tu non sarai mio nemico nella vita reale.»

Fin dall’inizio fu chiaro che non sarebbe stato così. Il fortuito assortimento dei nomi la fece apparire agli occhi di Lije come molto più che una ragazza simpatica al banco del punch; e in seguito imparò ad apprezzarne il buonumore, la tenerezza e l’aspetto fisico. La cosa che più gli piaceva in lei era il buonumore: la sua visione cinica della vita richiedeva un antidoto.

Quanto a Jessie, sembrava non far caso ai suoi musi lunghi.

«Bontà del cielo» diceva «ma perché te ne vai in giro con quella faccia da limone spremuto? Non ti rende giustizia, ma del resto se ridessi sempre, come me, non ci sopporteremmo. Forse è meglio che rimani come sei: mi eviterai di sciogliermi in un sorriso.»

Lei, a sua volta, aveva aiutato Lije a non andare a picco. Lije fece richiesta di un piccolo appartamento per Coppie e ottenne un’imprevista assegnazione, a patto che si sposassero. Mostrò il documento a Jessie e le chiese: «Verresti ad abitarci con me? Mi piacerebbe vivere in un posto più decente che un’alcova per Scapoli».



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